Basilica Cattedrale - Pro Loco Troia

Fotografia aerea: Leo Viscecchia
Troia
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Piazza Giovanni XXIII, già Piazza Cattedrale
 
orario: 7.00-13.30; 15.30-21.00
 
 
Chi giunge a Tròja, percorrendo le strade di comunicazione dai quattro punti cardinali, nota la maestosa fabbrica della Cattedrale ergersi dominando la città.
 
E' una superba architettura dell'XI-XII sec., dedicata a Santa Maria Assunta, delimitata da slarghi e da alcune costruzioni che opprimono il perimetro attorno a Essa, un tempo più ampio, sebbene irregolare.
 
A dx, per chi la guarda, ci sono il Palazzo Vescovile (1755-1760), la Torre Cìvica (XI sec.) e la prima sede dell'Univèrsitas Bonorum (1583); a sx il Palazzo Pirro (XVII-XVIII sec.), alle spalle l'ex monastero delle Benedettine (1605) e la chiesa dell'Addolorala (1724), quest'ultima adombrata da postume e modeste costruzioni ottocentesche.
 
Viene costruita "a fundamentis fere" (quasi dalle fondamenta) dal vescovo Girardo da Piacenza (1088-1097) nel 1093, dopo la celebrazione del primo concilio zonale presieduto da papa Urbano II (1088-1099), il papa delle Crociate, utilizzando in parte conci, colonne, sculture recuperati tra le rovine dell'antica Aecae.
 
Il progetto di massima incorpora la preesistente chiesa bizantina di Santa Maria o, secondo alcuni studiosi, di San Secondino.
 
I lavori terminano nel 1120.
 
Nel XII sec. l'impianto architettonico si presenta a croce latina, priva, però, del braccio di crociera (dx): l'attuale Cappella dell'Assunta.
 
In epoche diverse subisce rimaneggiamenti; la fiancata della Porta della Madonna (a sx) e parte superiore della facciata (Xlll sec.), il braccio di crociera sx (1741) e l'aggiunta, tra il 1770 e il 1777, del braccio di crociera mancante di dx.
 
Una sostanziale modifica dell'interno si ha con il restauro del 1858- II vescovo Tommaso Pàssero (1856-1890) fa eliminare i diciannove altari gentilizi e l'abbellisce con affreschi, altare e balaustrata barocche.
 
E' tra il 1950 e il 1960 che prende corpo l'idea, peraltro oggi poco condivisa, di restaurarla per riportare l'interno "al primitivo splendore", eliminando tutti gli affreschi, l'altare e le balaustrate barocche.
 
 
Romanico: Pugliese o Trojano?
 
Tra la nostra Cattedrale e il Duomo di Pisa esistono delle chiare somiglianze, specialmente col primo piano della nostra fabbrica. E non v'è alcun motivo di dubitare sugli influssi culturali esercitati dalla Repubblica Marinara Pisana e non solo da Essa su tutta la penisola. Ma non si può nemmeno sminuire o sottacere la capacità interpretativa dell'architettura pugliese.
 
Per il Duomo di Pisa, la costruzione inizia nel 1086 e si conclude tra il 1118 e il 1119; a Troja. I lavori prendono corpo nel 1093, già nel 1097 la fiancata destra è alta un paio di metri e nel 1120 l'intera costruzione viene portata a compimento.
 
Ma bisogna anche dire che la nostra parte absidale con gli archi ciechi e con le colonne sovrapposte rimonta ai 1080-1086 e, da questo periodo, in poco più di un trentennio le due costruzioni, pisana e trojana, vengono realizzate.
 
Mons. De Santis si è posto un acuto interrogativo, che suscita molto interesse.  Afferma:- E se il rapporto Pisa-Troia........si rovesciasse in un rapporto Troia-Pisa? -. L'ipotesi non è bislacca. Essa potrebbe trovare (e gli studiosi se volessero, potrebbero darne conferma) nell'arte bizantina la stessa matrice culturale, capace di determinare una stimolazione interpretativa simile sia per le maestranze locali pisane, sia per quelle troiane, suggerita dal fermento di scambi commerciali tra Bari, Amalfì, Benevento e Pisa, passanti anche per l'Appia-Traiana.
 
E lo stile pisano va da sé, così quello pugliese o, forse, troiano se si pensa che la fiancata sinistra della Cattedrale è "ripensata con notevole libertà " perché "le caratteristiche losanghe sono sostituite da esagoni, la finestra circolare che sormonta la porta è ornata da dentelli, gli archi ciechi sono più slanciati".
E' nettamente divisa in due da un cornicione marcapiano, sostenuto da sculture a forte rilievo che fanno da mensole (teste di leoni, cani, tori, corpi di aquile, ricci e rosoncini finemente intrecciati, fogliame), delimitato verso il basso da una cornice di ovuli e dentelli.
 
 
Piano inferiore
 
"Sereno nel suo orizzontalismo", è un insieme armonico e intimo di lesene, ardii a tutto sesto e capitelli, arricchito con semplicità da losanghe falcate, intervallate da oculi strombati.
 
Tra l'arco centrale, più slanciato, e quello falcato, che arricchisce il portale, vi sono decorazioni finissime a sbalzo. Il portale della facciata ha un'architrave bizantina (forse proveniente dalla chiesa di Santa Maria) sulla quale sono raffigurati Cristo in trono, benedicente alla maniera greca, fra la Vérgine e San Pietro. Ai lati opposti sono scolpite le figure degli Evangelisti e all'estremità Sant'Eleutério (dx) e San Secondino (sx). Una scritta latina è incisa sul bordo inferiore dell'architrave: ISTIUS ECCLESIAE PER PORTAM MATERIALIS - INTROITUS NOBIS TRIBUATUR SPIRITUALIS (trad. T. Maddalena: Attraverso la porta di questa Chiesa materiale, ci sia dato l'ingresso alla (Chiesa) spirituale).
 
Sui piedritti, che sostengono l'architrave, vi sono due capitelli romanici ricchi di significato e di vitalità, preludio di forme rinascimentali. Quello di sx raffigura un Uomo abbrutito dal peccato, posto tra intrecci floreali e figure di animali; quello di dx rappresenta una figura umana redenta e serena tra intrecci di viticci e fogliame caulicolo.
 
 
Porta della Prosperità
 
Cangiante nella sua gamma cromatica (restaurata nel 1995), la porta maggiore è opera di Oderìsio da Benevento. E' del 1119 ed è detta della Prosperità, perché fusa in un periodo di forte crescita politica ed economica di Tròja.
 
E' una della prime porte realizzate in Italia; fonde "la tradizione della bronzeria bizantina, gli influssi arabi e il gusto locale particolarmente amante del dinamismo e della plasticità" (M. DeSantis); è divisa in 28 pannelli, scompartiti da nervature bronzee tenute da bulloni.
 
I pannelli del 1° ordine superiore raffigurano (da dx): ODERISIUS (Oderisio da Benevento, lo scultore della porta) e BERNARDUS {Bernardo), forse l'architetto della Cattedrale) (1); Cristo benedicente (2); WILLELMUS EP(iscou)S ( Guglielmo II vescovo 1106-1141) (3); S(an)C(tu)S PETRUS e S(an)C(tu)s PAULUS San Pietro e San Paolo) (4). I pannelli del 2° e del 5° ordine ospitano, invece, mascheroni leonini stilisticamente  possenti.
 
I pannelli del 3°' ordine vengono rimodellati tra il 1560 e il 1691. Il bulino ha fissato nel bronzo gli stemmi del vescovo Antonio Di Sangro (1676-1694) con la scritta (5): ANTONIUS DE SANGRO EX MARCHIO / NIS S(ancti) LUCIDI ANNO PRIMO SUI PRAESULS / ECCLESIAM RESTAURAVIT IANUAS ET / REFECIT ANNO XVI - MDCLXXXX1 (trad. T. Maddalena: Antonio Di Sangro, dei marchesi di San Lùcido, restaurò la Chiesa nel primo anno dei suo pontifìcato e rifece le porte nel decimosesto anno - 1691); del cardinale Scipione Rebiba (vescovo di Tròja dal 1560 al 1561) con la scritta (6): SCIPIO REBIBA SICULUS / SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE / CARDINALIS PISARUM (trad. T. Maddalena: Scipione Rebiba, siculo di Santa Romana chiesa, cardinale di Pisa); di suo nipote Prospero Rebiba {1561-1592) , con la scritta (7): PROSPER REBIBA / EPISCOPUS TROIANUS PATRIARCHA / COSTANTINOPOLIS EIUS NEPOS / HAS PORTAS    PENE COLLAPSAS     / INSTAURAVIT MDLXXIII (trad. T. Maddalena: Pròspero  Rebiba, vescovo trojano, patriarca di Costantinòpoli, suo nipote, restaurò queste porte quasi rovinate - 1573) e, infine, col ricordo di papa Clemente X (1670-1676) e in continuazione della scritta del  vescovo  Di Sangro f8)= ANTE A CLEMENTE     X CREATUS EP(iscop)US / HIC SEDIT TEMPLU(m) HOC ORAT ITA RE / FECiT ORNAVIT OSTI0 COMPLEVIT AN(no)/XVI D(omi)N(i) MDCLXXXXI (trad. T.Maddalena: Prima ancora che fosse creato vescovo, qui stette, difende queste Tempio, quindi lo rifece, lo ornò con la porta, lo completò nel XVI anno  nell'anno del Signore 1691). I pannelli del 6° ordine, rifatti nel 1691 dal vescovo Antonio Di Sangro, raffigurano con tecnica stilizzata le figure statiche di quattro dei cinque Santi Patroni di Tròja (da sx: San Secondino vescovo (9) Sant'Anastàsio confessore (10), San Ponziano papa e martire (11), Sant'Eleutèrio vescovo e martire (12), eseguite dalle scultore Cola Donato Nascella.
 
Il 4° ordine ci riconsegna la plasticità scultorea di Oderìsio col "gu izze alato dei draghi con picchiotti " al centro e, ai lati, con eleganti croci avviluppate da fogliame (13).
 
Sui pannelli dello zoccolo (14) sono incisi chiari riferimenti storici: ANNO AB INCARNATI0(n)E /D(omi)NIN(ost)RI J(esu)    C(hristi) MIL(ls)SIMO    / CENTESIMO NONO DECIMO / INDTCTIONE DUODECIMA ANNO PONTIFICAT(us) D(omi)Nl / KALlSTI P(apa) SECUNDl P(ri)MO / ANN(o DUCAT(us) W(ilielmi)ROGERII / GLO(riosi)S(m)O DUCIS FILII NONO / WILLELMUS SECUNDUS / HUJ(us TROJANAE SEDIS EP(iscopu)S / EP(iscop)AT(us) SU AN(n)0 DUODECIMO HAS / PORTAS FIERI FECIT / DE PROPRIO ECCL(es)IAE / ERARIO IPSAM QUOQ(ue) /FABRICA(m) A FUNDAME(n)TlS / FERE EREXIT / ET FROSPER EP(iscopu)S TROIAN(us) / ET P(at)RIARCHA COSTANTlNOP(olis) / HAS PORTAS PENE / COLLAPSAS INSTAURA VIT /MDLXXIII (trad. T.Maddalena: L'anno 1119 dall'incarnazione di Signore Nostro Gesù Cristo - nella dodicesima indizione - nel primo anno del pontificalo del signor nostro papa Callisto II - nel nono anno del ducato di Guglielmo, figlio del gloriosissimo duca Ruggero - Guglielmo II vescovo di questa sede troiana - nel dodicesimo anno del suo episcopato -fece fare queste porte - con i propri proventi della Chiesa e, quasi dalle fondamenta, eresse anche questa stessa fabbrica e Pròspero, vescovo trojano e patriarca di Costantinopoli, restaurò queste porte quasi rovinate -1573).
 
Accanto allo stipite destro della porta, si nota una forma geometrica incastonata nella tompagnatura. Secondo una recente interpretazione, essa serviva comè misura standard per le forme di pane da assegnare agli operai nel periodo medievale.
 
 
Piano superiore
 
Ha slancio verticale. Due archi zoppi, inseriti in muri trapezoidali, fanno da contrafforte alla spinta laterale dell'ampio arco centrale, Esso è sorretto da colonne binate (tré in pòrfido e una in marmo cipollino), poggianti su fieri attenti leoni.
 
Un grande sopracciglio, che poggia su pulvini, sembra custodire e proteggere un fantasioso merletto di pietra: il Rosone.
 
Il sopracciglio è un groviglio di figure decorative, popolane e scanzonate, caricaturali e fantastiche (da dx: un cane che azzanna un pennuto, un cesto, un uomo seduto, una testa leonina con un corpo di donna tra le fauci, ... una scimmia, una figura umana in groppa ad un leone (al centro), un uomo e una donna, un frate nell'atto di defecare,...).
 
 
Rosone
 
Realizzato tra il 1160 e il 1180, è un compendio di diversi influssi stilistici (forse arabeschi, qualcuno dice anche angioini), è spartito da 11 colonnine con capitelli corinzi sui quali sono impostati altrettanti archi a semicerchio che, incrociandosi, formano nei punti di intersezione delle ogive arabesche e, tra le due curve, di archi gli spazi trilobati gratificano il concetto artistico-architettonico del pieno e del vuoto.
 
I 22 campi tra le colonne e le ogive racchiudono altrettanti merletti di pietra, diversi l'uno dall'altro. Sono "trafori graziosissimi nello stile delle finestre islamiche dei ginecei orientali. Nessun tipo di architettura, attraverso i tempi e in tutti i Paesi, può vantare, per ricchezza di linea e per squisitezza di trafori geometrici un simile rosone" (F. Schettini). Sempre sulla facciata superiore due leoni, che hanno tra gli artigli una testa di vacca (sx) e una testa di donna (dx), quasi a custodia del Rosone, sbucano dai pulvini delle colonne binate.
 
Su di essi campeggiano un toro e un'altra vacca e al centro un altro leone è sormontato da una figura alata nell'atto di sorreggere il pinnacolo più alto.
 
Nei timpani spiccano varie figure recuperate tra le rovine dell'antica Aecae:
 
(a sx) un corpo nudo di donna con chioma fluente, un medaglione raffigurante un angelo, un gruppo di figure danzanti su tralci, più in alto un corpo maschile; (a dx) un ebreo che stringe tra le mani un sacchetto di monete (a Tròja v'era una Comunità ebraica) e un busto maschile con un braccio tranciato, forse l'architetto della fabbrica (secondo la tradizione orale).
Piano inferiore
 
E' formato da 11 archi, di passo diverso, allineati su altrettante lesene ornate da capitelli diversi l'uno dall'altro in grado di sviluppare un tema architettonico sobrio e riposante.
 
Il rivestimento in tarsie bicolori, simile al Duomo di Monreale, è ricco di disegni, Nei sott'archi si trovano tondi che racchiudono figure esagonali e nei timpani (tra un arco e l'altro) la fantasia artistica si sbizzarrisce in figure di quadrati e rettangoli utilizzando la cromaticità delle pietre. Sul tìmpano della cantonata v'è una croce latina, simile a quelle scolpite sui pannelli del 4° ordine della porta della Prosperità; mentre sul 3° arco (da sx) si trova adagiata una luna falcata, simbolo della fertilità, dal sapore orientale. Nella parte terminale del cornicione marcapiano, sulla croce latina (poc'anzi detta) della cantonata, si stagliano il corpo di un bue e un uomo avvolto dalle spire di un rettile. Tra le due sculture v'è un uomo, barbuto e mostruoso, tutto rannicchiato.
 
Interessanti storicamente sono le iscrizioni riportate sulla 2^ lesena (partendo dalla cantonata): + EGO IOHE IUDX / EX EMMONIS P / COR OMS. ORATE / PRO ME ADDNM / IHM XPM (trad. T. Maddalena: Io Giovanni giudice - degli Emmoni - Supplico tutti: Pregate - per me al Signore - Gesù Cristo) e sul muro della 2^' arcata: + EGO IOHES IUDEX / FXEMMONIS (trad. T. Maddalena: Io Giovanni Giudice - Figlio di Emmone) indicano il personaggio, probabilmente, coinvolto nella costruzione di parte di questa fiancata (1093-1095).
 
 
Piano superiore
 
Rende ancor di più il cromatismo del piano inferiore per il sapiente utilizzo della pietra rosa e di quella verde. E' spartito da  finestre, incorniciate da eleganti colonnine, impreziosite da capitelli, che sorreggono archi a tutto sesto.
 
 
Porta della Libertà
 
Eseguita da Oderisio da Benevento nel 1127 (FACTOR PORTARUM   FUIT   ODERISIUS  /  HARUM BENEVENTANUS - L'artefice delle porte fu Oderisio da Benevento), è un'opera d'arte; è un documento storico. Sulla porta è sintetizzato un periodo esaltante della vita cittadina: la concessione della Carta delle Libertà (Magna Charta Libertatum} con la quale papa Onòrio II (1124 -1130) riconosce ai Trojani il diritto alla libertà comunale, minacciata da Ruggero II (?-1154) di Sicilia, che tentava di imporre il suo dominio sul Ducato di Puglia.
 
I 24 pannelli rivelano la maturità artistica dello scultore nella essenzialità del tratto che dà dinamicità alle figure tracciate col bulino.
 
Nel primo pannello dell "ordine superiore (a sx) c'è scritto (I): PRINCEPS PATRONUM PETRE / TR0JAM SUSPICE DONUM / QUAM LAETA BUNDUS / GUILIELMUS DONO SECUNDUS (trad. M. De Santis: O Prìncipe degli Apostoli, Pietro - prendi in dono la Citta di Tròja - che io Guglielmo secondo lietamente ti offro). Nel secondo pannello v'è la figura del vescovo Guglielmo II (1106-1141)    (2)    che giganteggia nell'atto di donare la "Civitas Trojana" e negli altri successivi le agemine raffigurano San Pietro (3) e San Paolo (4). Sul bordo esterno (5), a sx della porta, è incisa la frase in senso verticale: HIC FUIT NOVAE TROIAE .............  (Questo fu della nuova Troja................) ed indica in senso antiorario il susseguirsi dei primi otto Vescovi di Tròja, nel 2° e 3° ordine.
 
Negli otto pannelli, infatti, sono incise otto figure stilizzate, flessuose e armoniose, diverse da quelle ieratiche e bizantineggianti della Porta della Prosperità, ognuna circondata da un'aureola e con una mitra bicorna: ORlANUS EPISCOPUS, PRIMUS EPISCOPUS (Oriano, primo vescovo) (6); ANGELUS EPISCOPUS, HIC SECUNDUS (Àngelo, secondo vescovo) (7); IOHANNES EPISCOPUS, HIC TERTIUS {Giovanni, terzo vescovo) (8); STEPHANUS EPISCOPUS, HIC QUARTUS (Stefano, quarto vescovo) (9); GUALTIERUS EPISCOPUS, HIC QUINTUS (Gualtiero, quinto vescovo) (10); GIRARDUS EPISCOPUS. HIC SESTUS (Girardo, sesto vescovo)(1);UBBERTUS EPISCOPUS/ HIC SEPTIMUS (Uberto, settimo vescovo) (12); GUILIELMUS PRIMUS EPISCOPUS, HIC OCTAVUS (Guglielmo primo, ottavo vescovo) (13).
 
I pannelli del 4° ordine spartiscono quelli inferiori dello zoccolo con maschere leonine che hanno anelli fra i denti. Esse fortemente espressive del classicismo romano sembrano in contrapposizione alla piatta decorazione bizantina della porta della Prosperità.
 
Nel 4° e 5° ordine vi è incisa una iscrizione latina (14) che riassume con fierezza e precisione la storia della città: "AEQUITATIS MODERATOR/ LIBERATOR PATRIAE / DOMINUSGUI / LIELMUS SECU(n)UDUS / DEI GRATIA / VENERABILIS HUJUSTROJANAE / SEDIS E(pisco)PU(u)S / NONUS / HAS ETIAM  / PORTAS AENEAS / DE PROPRIO ERARIO / LARG(e)DISPEN / SATOR FIERI IUSSIT / ANNO    INCAR    / NATIO(n)lS D(omi)NICAE MCXXVII ET / CIVITATIS HUJUS CONDITIO(n)E / ANNO C(entesimo) AT(que) OCTAVO PONTIFICAT(us) VERO   /   D(omi)NI HONORII  P(apae)  / SEC(un)DI TERTIO ITEM / PONTIFCATUSD(omi)NI / GUILIELMI EPI(scopi) / SEC(un)DI XXI / INDIC(tione) V ANNO / Q(uo) GUILIELM(us) T(er)T(iu) / N(o)RMANN(o)R(um) DUX / SALERNI(s)OBIIT MORTE COMUNI / (Tun)C TROJANUS / POP(u)L(u)S PRO LIBER / TATE TUENDA ARCEM SUB / VERTITETUR / BEM VALLO / MURISQ(ue)MUNIVIT". (trad. T. Maddalena: il moderatore dell'equità, liberatore della patria, Guglielmo II per grazia di Dio, nono vescovo di questa sede Trojana, magnanimo dispensatore, fece fare anche queste porte bronzee con il proprio denaro nell'anno dell'Incarnazione del Signore 1127, centesimo ottavo dalla fondazione di questa città, terzo del pontificato del papa Onòrio II, ventunesimo del pontificato dello stesso vescovo Guglielmo, indizione quinta: nel qua! anno Guglielmo, terzo duca dei Normanni, morì a Salerno di morte naturale. Allora il popolo trojano, per difendere la propria libertà, abbattè il castello e fortificò la città con mura e fossato).
Questa fiancata, anch'essa divisa ritmicamente da 11 archi ciechi, sviluppa un'architettutura e una scultura più evolute, ma fredde.
 
Forse, realizzata verso l'inizio del XIII sec., durante il vescovato di Gualtiero Paleano (o Pagliara) (1189-1201), si propone con finestrine con sfondi a tarsie esagonali che richiamano le chiese ravennate e i templi siciliani.
 
Tré sono in tutto le finestre dalle quali filtra la luce, racchiuse in archi a tutto sesto e corredate alla base da fantasiose sculture ornamentali: una cordonatura di piccole conchiglie e una greca sulla parte superiore (1^ finestra partendo dalla cantonata); foglie di acanto sul davanzale e, nella parte superiore, un intreccio nodale (2^ finestra), ovuli e dentelli sul davanzale e, nella parte superiore, un motivo floreale (3^ finestra). Chiusa da una tompagnatura con pietra verdastra di Roseto Valforlore e la finestra del 5° sott'arco che riproduce tarsie con moduli stellari esagonali, incorniciata da una bifora, sorretta da una testa pensile di cinghiale.
 
Nei sott'archi spiccano, nella loro eleganza e raffinatezza stilistica, in successione da dx: una testa umana, un leone umanizzato, un'aquila forse sveva, una lepre adagiata su un tralcio d'uva, un leone con granchio, un'aquila con serpe tra gli artigli, una chimera con corpo di leone e testa d'aquila, una figura anguicrinìta.
 
Nei timpani, quasi come pennacchi, vi sono 11 tondi in morbido bassorilievo. Essi sviluppano motivi arabeschi, cordoncini e figure geometriche, come la Stella di David (6° e 7° timpano) che fa pensare alla presenza di una Comunità ebraica trojana.
 
Nel contesto in pietra della fiancata, spicca il portale di marmo della Porta della Madonna.
 
L'architrave è di epoca bizantina, forse recuperato tra le pietre della vecchia chiesa di Santa Maria. Esso raffigura un grosso viticcio sinuoso ed è posato su due capitelli romanici a folto fogliame.
 
La lunetta, che lo sormonta, è anch'essa di gusto bizantino. Raffigura, secondo l'interpretazione di mons. C. Valenziano, l'Uomo-Cristo, redento dalla Grazia, dominatore del mondo che, sorretto da angeli, può camminare impunemente su un'aspide e un basilisco.
 
 
Porta della Madonna
 
E' stata realizzata nel 1971 dallo scultore Enrico Manfrini (1917). E' un inno alla Madre di Dio. Si inserisce bene nel complesso romanico per la semplicità delle figure e per l'interpretazione dei mascheroni dai rami intrecciati di ulivo.
 
Sul 1° ordine il primo pannello (1 ) recita: PER PASCHALE MYSTERIUM / NOS CHRISTE GENUS / ELECTUM REGALE / SAGERDOTIUM GENTEM / SANCTAM ET ACQUISITIONIS / POPULUM FECISTI (trad, M. De Santis: Per il mistero pasquale, o Cristo, haifFatto di noi una stirpe eletta, un regale sacerdozio, una gente santa, un popolo di tua conquista) e il quarto (2) afferma: APUD FILIUM TUUM INTERCEDE / DONECCUNCTAEFAMILIAE/ POPULORUMCUMPACE ET / CONCORDIA IN UNUM / POPULUM DEI FELICITER / CONGREGENTUR (trad. M. De Santis; Intercedi presso il tuo Figlio fino a quando tutte le famiglie dei popoli con pace e concordia siano felicemente riunite in un solo Popolo di Dio) il secondo e il terzo raffigurano: Cristo pastore (3), Maria che sorregge la Chiesa di Roma (4); sul 1° ordine sono rappresentati: Maria collaboratrice di salvezza (5), Verga di Jesse (6), Sacrario dello Spirito Santo (7) e Maria che indica la strada per giungere a Cristo (8). Sul 3° ordine le figure a rilievo raffigurano: Maria nell'attuazione storica della Salvezza (9), Maria e l'Eucarestia (10),il Concìlio Ecumenico (II), il Popolo di Dio sulle orme di Maria (12). I pannelli del 4° ordine rappresentano (da sx): l'ulivo della pace cristiana, il trionfo della pace di Cristo sul serpente, il peccato che viene sconfitto., l'ulivo della pace di Cristo. Inoltre, i due ordini inferiori descrivono: l'iscrizione che ricorda la consacrazione della Chiesa Trojana a Maria (13): QUADRAGESIMO RECURRENTE ANNO / A CONSECRATIONE  TROIANAE   /   ECCLESIAE BEATISSIMAE VIRGINI / MARIAE QUINTO VERO A SOLLEMNIS / EUCHARISTICI DIOCESANI / COETUS CELEBRATIONE (trad. M. De Santis: Ricorrendo il 40° anno dalia consacrazione della Chiesa Troiana alla Beatissimia Vergine Maria, e il 5° dalla celebrazione dei solenne Congresso Eucaristico Diocesano,...); l'atto della consacrazione della Chiesa Trojana a Maria (14), il 1° Congresso Eucarìstico Trojano del 1965 (15), la dedica della Porta a Maria (16); ANTONIUS PIROTTO EPISCOPUS TROIANUS / HANC PORTAM EIDEM GLOR10SAE / VIRGINI TITULO MATRIS ECCLESIAE / DECORATAE GRATI ANIMI SIGNUM / TOTIUSQUE POPULI PIETATIS PIGNUS / MXMLXXI ANNO DOMINI DICAVIT (trad. M. De Santis: Antonio Pirotto, vescovo di Tròja, alla stessa Vergine decorata del titolo di Madre della Chiesa dedicò questa porta come segno di gratitudine e come pegno di devozione di tutto il Popolo, nell'anno dei Signore 1971). Seguono, infine, lo stemma di mons. Antonio Pirotto (17) mons. A. Pirotto in bassorilievo (18), papa Pàolo VI (19) e il suo stemma (20).
 
 
Braccio di crociera lato Pirro (esterno)
 
Viene ricostruito dopo il terremoto del 22 marzo 1731 secondo il gusto barocco del tempo con i conci del preesistente braccio di crociera. Conserva una lapide incastonata nel lato di Piazza Pirro con la seguente iscrizione latina di Guglielmo II: FELIX ANTISTES / DOM(i)NUS / GUlLLELMUS / SECUNDUS / FECITHANCAEDE(m)D(e)0 / AC BEATAE VIRGINI MARIAE / VOBIS(que) FIDELIBUS / FELICES TROIANI (trad. T. Maddalena: II felice Vescovo, Signore Guglielmo Secondo, fece questa Chiesa a Dio e alla Beata Vérgine Maria e per Voi fedeli, o felici Trojani). In   alto (sul lato dx per chi guarda, esterno alla parte alta del transetto) v'è un cornicione rabberciato e,procedendo   verso l'abside, appena imboccata Via Guglielmo II, si nota sulla pavimentazione stradale la sagomatura di un'altra abside (rinvenuta nel 1956), distrutta dal terremoto del 1731 e, svoltando su Piazza mons. M. De Santis (1968-1984), guardando in alto sul lato del braccio di crociera, si vede un arco spezzato. Sono questi gli elementi tangibili che ricordano la continuità architettonica della fabbrica absidale in questa parte della Cattedrale, prima del sisma.
Sull'unico lato visibile, che delimita esternamente la zona del presbiterio, prima di giungere all'abisde, sul muro, quasi accanto ad un rocchio di colonna che sorregge un leone schiacciato da una lesena, è incastonata una lapide con questa iscrizione (di nessun valore storico e di difficile trascrizione e traduzione) che così trascrivo (ricostruzione di. T.Maddalena):
 
+ CUR PERITURA CARO CUM VITIIS NON MEDITARIS / QUOD SIC DISPEREAS ET VERMIBUS ATTRIBUARIS /SIC LABOR ET STU Dl U M/ SIC MUNDI CUNCTA POTESTAS / (sic transeunt cito) SIC ORDINAT ALMA MAIESTAS - ( trad. di T. Maddalena: Non pensi che la carne va perduta con i vizi? e perciò così andrai in rovina e sarai dato ai vermi. Cosi la fatica e la cura, così ogni potere del mondo velocemente passano. Così vuole la benigna Maestà).
 
Qui nascono i temi che guideranno la costruzione nel tempo dell'intero edifìcio: compatti archi ciechi, sostenuti da poderose colonne, realizzano il motivo architettonico; i capitelli e i mensoloni, riccamente scolpiti e figurati, concretizzano il motivo scultoreo. Con molta probabilità, quest'abside è ciò che resta della preesistente Chiesa di Santa Maria (1083-1086). Qui, i conci hanno forma e dimensione diverse da quelli utilizzati nella costruzione dei bracci di crociera.
 
Le colonne e i capitelli, per mons. De Santis, possono essere quelli che Roberto 1(1015-1085), il Guiscardo, portò da Bari a Tròja nei 1073, ma è più probabile che siano state recuperate tra le rovine dell'antica Aecae, distrutta nel 663 da Costante II (630-668).
 
Le doppie colonne, disposte l'una sull'altra con l'interpunzione di mensoloni, richiamano l'architettura delle basiliche, delle terme e degli anfiteatri romani; i capitelli riecheggiano forme etrusche e palmette di loto dell'arte egiziana, forse tutto rielaborato da artisti locali.
 
Un capitello suscita attenzione particolare. E' il primo, a sx di chi guarda l'abside. Si mostra ricco di volti umani  (agli angoli) e di fogliame. Può essere il prototipo di quel pregevole capitello di epoca federiciana, chiamato delle Quattro Razze (1225-1230), conservato nel Museo Diocesano.
 
Le mensole (2° ordine di colonne), sorrette da capitelli, pronunciano protomi mostruose. Peccato che quelle del lato sx siano state spezzate durante la costruzione dell'ex Cappella dei Lombardo (XVI secolo).
 
Tra le colonne aggettanti del 1° arco di dx, invece, è collocata un'epigrafe: + QUE(m) TUMUL(us) CLAUSIT SACER(dos) HIC FUIT ATQ(ue) SACRISTA / PROFUIT ECCLE(siae)DU(m)VITA MANSIT IN ISTA / FIGE P(re)COR CURSUM / QUI TRANSIS RESPICE SUR(sum) / ET (Christum) POSCE LEVET  HUNC UT PONDERE NOXAE / DICOR ALEXANDER SI QUAERIS DISCERE NOM(en) (trad. T. Maddalena:  Colui che il tumulo racchiuse', fu qui sacerdote e sacrista. Fu utile alla chiesa, mentre rimase in questa vita. Ferma, prego, l'andare; chi passa guardi in alto e chieda a Cristo che sollevi costui dal peso della colpa. Son detto Alessandro, se chiedi di conoscere il nome ).
 
 
La Finestra dei Leoni
 
Inserita magistralmente tra il forte aggetto delle colonne, è un insieme dì plasticità e di organicità delle forme e dei volumi.
 
E' il simbolo della politica guelfa autonomista di Tròja contro quella antipapale di Federico II (1195 -1250).
 
Realizzata tra il 1222 e il 1230, ha due leoni, sbucanti dietro fusti granitici, che nella loro fierezzza fanno pensare a quelli dei pulpiti di Siena, scolpiti più tardi dal pugliese Nicolò Pisano (1215-1284').
 
Il leone di sx artiglia la testa di un moro e quello di dx la testa di un serpente. E' una chiara allusione a Federico II e ai Foggiani.
 
II rosone absidale, sormontato da un arcone con influssi gotici, è una delicata raggiera ricostruita nel 1956 dall'arch. Francesco Schettini. Allungando lo sguardo sull'acroterio, si nota un vigile leone che domina l'abitato e la valle a sud-est, che si distende verso l'assolato Tavoliere.
 
 
Le Navate - L'Ambone - La Cappella dei Santi Patroni - Cappella dell'Assunta - II Transetto - Presbiterio -  Catino absidale - Dormìtio Vìrginis - ex Cappella del SS. Sacramento
 
 
La luce tenue, che piove dalle finestre, dagli oculi e dai rosoni, crea un magico equilibrio di luci e ombre in armonia con l'ambiente solenne e sacro.
 
La solennità delle navate e l'armonia che si coglie sembrano librarsi con agilità d'improvviso verso l'alto nella zona del transetto, dove possenti piloni affiancano l'altare, mentre lo sguardo si raccoglie nel semplice catino absidale, senza finestra, ma illuminato da un rosone terminale, ricco di effetto luminoso  ed estraneo al concetto dell'architettura liturgica.
 
Restando ancora    fermi, avendo   alle spalle la Porta della Prosperità (I), si può notare come " l'abside non sia perfettamente in  asse con la navata, ma inclina verso dx, come il capo di Cristo sulla croce".
 
 
Le Navate
 
In questo spazio assembleare, delimitato dalle navate minori che fungono da corridoi di accesso, ricompare il motivo architettonico delle arcate esterne, qui a tutta luce, con il tema ornamentale scultoreo dei capitelli.
 
Dodici colonne (simboleggiano i dodici Apòstoli) scompartiscono la navata centrale da quelle minori e i dodici capitelli, diversi l'uno dall'altro che li' sormontano, sviluppano una sinfonia scultorea che dilaga in fantasia nei disegni di esuberante tecnica e di forte espressività: intrecci di foglie carnose e spinose variamente interpretate, figure di animali, di demoni con corna e barba, di draghi, di teste di uomini abbrutiti che per incanto compaiono tra il fìtto fogliame, tra i grappoli di uva e tra le volute a spirale.
 
Una tredicesima colonna (2) è situata accanto alla prima di dx sullo stesso plinto. Richiama il Salmo 117: La pietra, scartata dai costruttori, è diventata testata d'angolo - E' un chiaro messaggio evangelico al Cristo che la soluzione architettonica realizza nelle sue forme.
 
Sul lato dx dell'ingresso è murato un bassorilievo in lega bronzea con una epigrafe (3) che recita:
 
Fortunato Maria farina I Vescovo di Troia dal 1919 al 1951 / Maestro e modello di Santità / servì / la Chiesa con fervore d'ascolto e zelo / di missionario / Rendendo vìva nella / sua persona / la presenza amabile e salvatrice / dell'Eterno Padre / La diocesi per grato ricordo / 8.9.1970.
 
Sul lato sx dell'ingresso è sistemato il fonte battesimale (4), che secondo la dr.ssa Gioia Bertelli è "molto vicino per decorazione all'esemplare barese" (sistemato nella Cattedrale di Bari); esso riprende schemi di tradizione altomedievale, elaborati con un gusto artistico più tardo, e potrebbe essere datato tra il X e il Xll sec. Di questa tipologia sono rimasti pochissimi esemplari; Bovino (Chiesa di San Pietro), Bitonto (Cattedrale), Montesantàngelo (Museo della Basìlica di San Michele, proveniente dalla Chiesa di Santa Maria di Pulsano). Una piccola ed estranea colonna, con l'iscrizione JHOANNES PETRUS FACCOLLI EPISCOPUS TROIANUS 1746 (Giovanni Pietro Faccolli Vescovo trojano 1746) sulla sua base, sorregge una conca, arricchita da una decorazione, che la cinge tutt'intorno. La parte inferiore, quella sottostante alla conca, presenta una serie modulare di elementi allungati in rilievo che partono dal centro della base della conca e si irradiano verso  la decorazione.
 
Sul muro, sopra il fonte battesimale, c'è una lapide con la seguente iscrizione: Questa Cattedrale / segno glorioso della fede / del Popolo troiano / sede di concilii / già visitata dai sommi pontefici / Benedetto VIII / Urbano II / Pascale II / Callist0 II / Onòrio II / ha accolto con giubilo universale / il 25 maggio 1987 / S.S. Giovanni Paolo II.
 
Sul lato contiguo, è sistemata una edicola a lunetta (5) con affresco seicentesco deteriorato che raffigura San Giacomo apostolo tra i suoi miracoli. L'altra edicola (6), si trova sullo stesso lato alle spalle dell'ambone, rappresenta San Giròlamo e Santa Margherita ai lati di un crocefisso.
 
Quattro confessionali, addossati ai muri perimetrali, arredano le navate laterali. I primi due (7), nei pressi dell'ingresso principale, sono stati realizzati nel XVIII secolo da artigiano ignoto; gli altri due(8), nei pressi del transetto, sono del pittore e intagliatore trojano Alfonso Lizzi 1839-?), realizzati durante il vescovado di mons. Tommaso Pàssero (1856-1890).
 
Le pareti delle navate laterali hanno conci di forma e fattura diverse da quelli utilizzati per la navata centrale. Più grezzi e più piccoli i primi; più grossi e rifiniti i secondi. La loro diversità puntualizza i diversi periodi di realizzazione della fabbrica della Cattedrale.
 
Tra la 2°' e la 3" finestra del piano superiore di sx (in direzione dell'ambone) è murata una lapide funeraria romana, recuparata tra le macerie del territorio dell'antica Aecae. La iscrizione (ricostruita da G. Bambacigno) recita: D(iis) M(anibus) / TURRANIAE q(uinti) / F(iliae) MARCELLE / VIX(it) A(nnos) XXV M(enses) II / SPIATIA NICE MAT(er) / INFELICISSIMA ET SIBI / ET TURRANI0 EXORATO / CONIUGI SUO / IN F(ronte) P(edes) XV IN. A(gro) P(edes) XV (trad. G. Bambacigno: Agli Dei Mani, a Turrania Marcella, figlia di Quinto, visse anni 25 mesi 2, in madre Spiazia Nice, infelicissima (fece) anche per sé e per Turranio Exorato suo coniuge. In fronte (larghezza) piedi XV (m. 4.5), in agro (largh.) piedi XV (m. 4.5))
 
Nella navata laterale di dx, prima dell'ingresso nel transetto, si trova una lastra tomba le (9) con questa dicitura: RUBRA DOMUS GETIUDEDIT/ HUC POS FUNERA MUNUS / NE VAGA TORPERENT / OSSA REIECTA SOLO. (trad. T. Maddalena: La Famiglia De Rubeis ha fatto per la propria discendenza onesto sepolcro, affinché i loro resti mortali, dopo le cerimonie funebri, non andassero dispersi).
 
 
L'Ambone (10)
 
Avanzando verso il centro, ponendosi tra gli ingressi laterali e guardando verso sx, si trova di fronte, nella sua staticità solenne, l'ambone.
 
Conosciuto da molti come pulpito, l'ambone, dal quale il diacono annunciava la Parola di Dio, viene realizzato per la Cattedrale e trasferito nella chiesa di San Basilio Magno (XI sec.) quando la Cattedrale, a causa dei terremoti e dell'incuria, era diventata quasi un rudere. Dopo i restauri del 1858, viene risistemato qui per volontà di mons. Tommaso Pàssero (1856-1890).
 
L'epigrafe, incisa sul bordo inferiore dell'ambone, stabilisce che il 1169 è l'anno della sua realizzazione e recita così: ANNO D(omniNlCAE INCARNATIONIS MCLXIX REGNI VERO D(omi)NI N(ost)Rl W(illelmi)DEI GRA(tia)SICILIAE ET ITALIAE REGIS MAGNIFICI OLIM REGIS VV(illelmi) FILII ANNO QUARTO M(ense) MAJI II INDIC(tione) FACTUME(st) HOC OPUS - (trad. T. Maddalena: Nell'anno del Signore 1169, quarto del regno del Signore nostro Guglielmo, per grazìa di Dio Rè di Sicilia e d'Italia, figlio di quello che una volta era il magnìfico rè Guglielmo, nel mese di maggio, seconda indizione, è stata fatta questa opera). E' un'opera, questa, tra le più alte espressioni d'arte romanica in Puglia; poggia su quattro snelle colonne, impreziosite da capitelli corinzi l'uno diverso dall'altro, in spontaneo equilibrio con tutta la composizione dei capitelli della fiancata esterna di sx,
 
Sul liscio pannello frontale, incorniciato da un ondeggiamento di pampini, è intagliata una colonnina sulla quale un'aquila, fiera e attenta, sorregge sulle ali spiegate, a mo' di leggio, il libro della Parola di Dio.
 
II pannello orientato verso l'ingresso principale ha un bassorilievo, delimitato anch'esso dai pampini della cornice. Riproduce, con sofferto dinamismo, un leone che azzanna un agnello ma ne è impedito dai morsi di un cane, che lo azzanna. Secondo mons. C. Valenziano, il simbolismo di questa scultura parla dell'Agnello (il Cristo) sbranato dalla potenza del leone romano, aizzato dal cane ebraico.
 
 
La Cappella dei Santi Patroni (a sx)
 
Dopo il terremoto del 1731, su progetto dell'archi. Giustino Lombardo, la cappella viene ricostruita (capomastro Francesco Delfino) sulle rovine dell'antico braccio di crociera (XII sec.) tra il 1734-38,   durante l'episcopato di mons. Giovanni    Pietro Faccolli (1726-1752). I soldi per la costruzione vengono ricavati dalla vendita della biblioteca di mons. E. G. Cavalieri e dalle rendite di donna Giulia D'Àvalos. Acconsentendo al gusto tardobarocco del tempo, ostenta una verticalità notevole nella cupola e nel lanternino. Una balaustrata del marmoraro Antonio Di Lucca (1710-1791) racchiude la Cappella che ha lungo le pareti cinque nicchie contenenti i busti lignei dorati dì scuola napoletana dei Santi Protettori della Città: (da dx) Sant'Urbano I papa (1), realizzato tra il 1540-50, San Ponziano I papa (2), Sant'Eleutèrio vescovo e martire (al centro) (3). S. Secondino vescovo (4) e Sant'Anastàsio diacono (5), realizzati nel 1613.
 
Le nicchie vengono costruite tra il 1734-38 utilizzando una delle tré colonne verde antico che ornavano architettonicamente la parte absidale di questo braccio di crociera Un finestrone a forma di lira esalta il concetto di luce ed è posto su un altare centrale di scuola napoletana che sfoggia un bellissimo paliotto in tarsie policrome, un taberbacolo marmoreo con ai lati, in modo speculare, due angeli porta-fiamma (1749) del marmoraro Antonio Di Lucca. Al centro una piccola apertura mostra un loculo che contiene nuovamente le urne d'argento delle Relìquie dei Santi Patroni di Tròja.
 
Dietro, nell'arcosolio è murato una lastra di mosaico, rinvenuta durante i lavori di sistemazione del loculo e alle spalle dell'altare centrale è sistemata una epigrafe: PATRONUM RELIQUIAS DIRO PER ORBEM INGRAVESCEN / TÈ BELLO. UT PUBLICO CULTUI INDESINENTFR EXTA / RENT. FORTUNATUS FARINA EPISCOPUS. UNACUMCLERO / POPULUSQUE. CÌVIUM RECTORE ANGELO CURATO. E. CA / TTEDRALIS THESAURO HCCONDITASVOLVERE.A.D. MCMXLIII (trad.T.Maddalena: Mentre la funesta guerra minaccia il Mondo, il vescovo Fortunato Maria Farina, col clero e il popolo, essendo Angelo Curato potestà dei cittadini, stabilirono qui le reliquie dei Patroni dal Tesoro della Cattedrale perché fossero esposte continuamente ai pubblico. Nell'anno del Signore 1943).
 
Gii altari, sistemati ai lati opposti, sono anch'essi di scuole napoletana di A. Di Lucca. Quello di dx, dedicato alla Vérgine Addolorata (6) - con l'omonima statua (1699) dello scultore Giacomo Colombo (1663-1731) - è arricchito da un paliotto in tarsie policrome; l'altro (7), invece, raffigura nel semplie paliotto in bassorilievo il volto del Cristo sofferente e nella nicchia è posta la Madonna del Carmelo.
 
Un cartiglio settecentesco, posto sull'arcone che campeggia sull'altare centrale, recita: SUPER MUROS TU0S COSTITUÌ CUSTODES / TOTA DIE & NOCTE IN PERPETUUM / NON TACEBUNT / ISAIAE LXII (trad. T Maddalena: Sui muri ho posto sentinella per tutto il giorno e la notte esse non taceranno mai. Isaia LXII).
 
Sotto la pavimentazione c'è una cripta, che serviva per le sepoltura .dei morti, riservata dopo il 1741 alla famiglie d'Avalos, prodiga nel contribuire alla realizzazione di questa Cappella. Fa da copertura all'ingresso una lapide che ha questa epigrafe ; D (o m i ni ) AQUINO
 
ARAGONIA / MARCHIO PISCARIAE ET VASTI / MONTISHERCULIS TROIAE / AC FRANCAVILLAE PR1NCEPS / EX PRIMIS REGNI NEAP(olitani) V AC NATIB(us) EQUES / AUREI VELLERIS ATQ(ue) SAC(ri) ROM(ani) IMP(erii) PRINCEPS / IN HOC SACELLO CONlUGIS PIETATE MONIT(u) / VIVENS SIBI SUISQ(ue) MONUMENTU(m) PARAVIT / AN(no) D(omi)NI MDCCXLI (trad. T. Maddalena: A Dio Ottimo Massimo, Giovanni Battista D'Àvalos D'Aquino e D'Aragona, Marchese di Pescara e di Vasto, principe di Montesarchio, di Tròja e di Francavilla tra i primi del Regno di Nàpoli, cavaliere del Toson d'oro, principe del Sacro Romano Impero, con questa tomba, consigliato dalla pietà della moglie, lui vìvente, preparò un monumento per sé e i suoi. Nell'anno del Signore 1741).
 
 
Cappella dell'Assunta (a dx)
 
Su progetto dell'ing. Filippo Fasulo, viene eretta la Cappella tra il 1774 e il 1776 durante il vescovado di Marco De Simone (1752-1777) per completare la pianta a croce latina della Cattedrale. Gli stucchi vengono affidati nel 1776 ai maestri napoletani Davide Savino e Pasquale De Rosa, che terminano le decorazioni l'anno successivo.
 
Sull'altare centrale (1 ) - realizzato nel 1777 dal marmoraro Michele Salemme - troneggia la statua lignea della Madonna dell'Assunta, attribuibile a Giacomo Colombo (1663-1731) o a Giuseppe Picano (1771-1825?) e sulla nicchia c'è un cartiglio settecentesco che recita: VIDETE REGINAM IN DIADEMATE / QUO CORONAVIT EAM / FILIUS SUUS (trad. T. Maddalena: Guardale la Regina nel diadema col quale il Figlio suo la incoronò). Ai lati dell'altare centrale sono sistemate (a dx) la tomba di mons. Tommaso Pàssero (1856-1890) (2): FR. THOMAE PASSERO O(rdinis) P(raedicatorum) / AB A MDCCCLVI AD A MDCCCXC     / EPISCOPI TROIANI DESIDERATISSIMI / HUIUS TEMPLI / MUNIFICENTISSIMI INSTAURATORIS / EXUVIAS       / FORTUNATUS MA FARINA QUARTUS AB EO ANTISTES / CAPITULUM ECCL(esiae) CATH(edralis) CLERUS POPULUS / PERENNI GRATI ANIMI TESTIMONIO   /   HEIC NOBILIORE LOCO / RECONDITAS VOLVERUNT / VIII M E N S (is) SEPTEMB(ris) MCMXXXV (trad. V. Bambacigno: Fortunato Maria Farina suo quarto successore, il Clero e il Pòpolo a testimonianza di perenne e grata riconoscenza vollero ricomposte qui in questo luogo più degno le spoglie di fra Tommaso Pàssero dell'Ordine dei Predicatori - dall'anno 1856 all'anno 1890 vescovo di Tròja - desiderosissimo di onesto tempio tanto che ne fu il più generoso restauratore. 8 settembre 1935) e (a sx) quella di mons. E. G. Cavalieri (1694-1726) (3): D(omino)0(ptimi) M(aximi) / AEMILII IACOBI CAVALIERII ANIMAE SANCTAE COLENDAE ; AD PRAECLARA OMNIA NATI / OPTIMI VIRTUTUM DOCTISSIMI MUSARUM / H0SPITIS, PRAECLARISSIMI , CHARITATE/ VITAE APSERITATE, SILLICIT0 STUDIO , UT UBIQUE ADOLESCERET PIETAS, VITIA/ DESUESCERENT. / CORPUS HOC MARMORE CONDITUR: QUOD AERAE CHR(istianae) A(nno MDCCXXXIX / SANCTITATIS EJUS MAGIS MAGISQUE ODOREM PERFUNDENTE  /  MIRACULORUM CREBRESCENTE FAMA / IOANNIS PETRI FACCOLLI EPISCOPI SUCCESSORIS PIA CURA PERSOLVIT. / QUEM LUCES AMISSUM VENERABUNDA SUSPICE TROIA, OMNIUM IN ORE, IN ANIMIS, EX LACRYMIS, SUSPIRIIS / MORTUUM TIBI VIVERE ANTISTITEM JAM DELICIUM NUNC PRAESIDIUM / VIXIT ANNOS LXIII OBIIT III IDUSAUGUSTI A(nno) D(omini) MDCCXXVII PONT(ificatus SUI ANNO XXXIII / SIC PROPERAT AEVITAS MORS VITA TRUDITUR, VIRTUS MANET IMMORTALIS. (trad V. Bambacigno: A Dio Ottimo Massimo. Alla venerabile e santa anima di Emilio Giacomo Cavalier, nato per tutte le cose splendide il migliore in virtù, il più dotto nelle scienze, il più efficace nella carità e nell'asprezza della vita, che fece di tutto affinchè con sollecito zelo crescesse dovunque la pietà e venissero stroncati i vizi. Questo è il corpo nascosto dal marmo e precisamente dall'anno dell'Era Cristiana 1739, quando l'odore della sua santità si diffondeva sempre più e cresceva la fama dei suoi miracoli. Il vescovo che gli successe Giovanni Pietro Faccolli ebbe cura di pagare le spese di quest'opera.
 
O Tròja riverente, ammira quello che hai perso e di cui risplendi e con la bocca, con i sentimenti, con le lacrime e. con i sospiri di tutti fa' in modo che il morto vescovo, che per tè fu delizia in vita, d'ora in poi viva per tè come presidio. Visse 63 anni e morì il 10 agosto 1726 nel trentatreesimo anno del suo episcopato. Cosi precipita l'età mortale, così se ne va la vita, ma è così che la virtù diventa immortale.)
 
Sui due altari, posti specularmente, dovevano esserci due tele di cui una, la Sacra Famìglia di Giacinto Diano (?), oggi custoditi nel Museo Diocesano. Attualmente, sono collocati due dipinti ottocenteschi diversi da quelli originali: sull'altare di dx (4) la tela raffigura San Tommaso d'Aquino nell'atto di ricevere dal crocefisso la famosa lode "BENE DE ME SCRIPSISTI, THOMA" (Hai scritto bene di me, Tommaso) e su quello di sx (5) l'altra tela rappresenta Santa Francesca delle cinque piaghe, entrambe dipinte da Biagio Molinaro nel 1860. Sul prezioso pavimento, nella zona centrale, una lastra tombale indica un'angusta cripta dove sono sepolti alcuni Vescovi trojani. Su di essa era apposto lo stemma del vescovo Marco De Simone (1752-1777) ed è incisa una epigrafe, che recita: D(omino)0(ptimi)M(aximi) / OSSA HIC REPOSITA ADSERVANTUR / MARCI DE SIMONE EPISCOPI QUI OBIIT A(nno) D(omini) MDCCLXXVII-DlEXX FEBRUARII /THOMAE FRANCONE,/ EPISCOPI SIPONTINI QUIOBITT / A(nno) D(omini) MDCCXCIX DIE XXIV MAI / ANTONII PIROTTO / EPISCOPI QUI OBIIT / A(nno) D(omini) MCMLXXXII DIE XIX IANUARII / MARII DE SANTIS / EPISCOPI AUSILIARIS QUI OBIIT / A(nno) D(omini) MCMLXXV DIE XVI IANUARII (trad. T. Maddalena: A Dio Ottimo Massimo, qui si conservano i resti mortali di Marco De Simone, che morì nell'anno del Signore 1777 il giorno 20 febbraio di Tommaso Francone. vescovo sipontino, che morì nell'anno del Signore 1777 il giorno 24 maggio; del vescovo Antonio Pirotto, che morì nell'anno del Signore 1982, il giorno 19 gennaio, del vescovo ausiliare Mario De Santis, che morì nell'anno del Signore 1985, il giorno 16 gennaio).
 
 
Il Transetto
 
Qui ci troviamo nell'area primitiva della Chiesa di Santa Maria o, secondo il Petrucci nella Cattedrale di Aecae o, per il Bambacigno/ in quella di San Secondino.
 
In questo spazio termina la orizzontalità delle navate e l'occhio si perde verso l'alto: quattro lunghi piedritti, partendo dai pilastri terminano in archi a sesto acuto, premonizioni del gotico. Essi sorreggono una volta a botte che pare gonfiarsi come la tenda che ospitava l'Arca dei Patriarchi.
 
Qui si ergeva la vecchia Chiesa e su questa il vescovo Girardo da Piacenza (1088-1097) istruisce, nel 1093 dopo il primo concilio trojano, un grandioso progetto di massima che, a fasi successive, verrà completato verso la fine del 1200 La prima fase ha colonne affogate nei piloni per sorreggere una copertura a capanna; la seconda fase utilizza gli archi. tutto sesto per sopportare una copertura a capriate; la terza fase   slancia   sui piedritti gli archi a sesto acuto per sorreggere la attuale copertura a botte.
 
Probabilmente, il braccio di crociera della Cappella dell'Assunta (costruito ex novo tra il 1774-1776)doveva fungere per la chiesa di Santa Maria da ingresso, perché l'intera fabbrica doveva essere orientata, come tutte le chiese bizantine, con l'abside verso est, Un piccolo e angusto vano (11) si trova a sx della Cappella dell'Assunta. Esso presenta un gradino molto consumato e fa pensare all'ingresso di una torre campanaria, adiacente all'ingresso della primitiva Chiesa.
 
 
Prebiterio
 
Una volta a crociera sorprende per la sua verticalità e sembra anch'essa gonfiarsi al soffio del vento, trattenuta verso terra da quattro esili colonne tòrtili sorrette dai quattro Evangelisti.
 
Questa parte della fabbrica apparteneva alla vecchia Chiesa di Santa Maria. Viene rimaneggiata nel XIII sec. e presenta elementi di architettura gotica.
 
In alto sulle pareti, si vedono due affreschi del XVII sec., realizzati dal pittore Giuseppe La Rosa di Squillace durante l'episcopato di mons. Antonio De Sangro (1676-1694). L'affresco di dx (per chi guarda l'altare) raffigura lo Sposalìzio della Vérgine (12); quello di sx la Vìsita di Maria a Santa Elisabetta (13).
 
 
Catino Absidale (14)
 
L'intonaco nel catino copre la muratura incerta della primitiva chiesa. Le due lesene, che schiacciano due leoni su due rocchi di colonne, ricordano il leone similmente schiacciato nella parte absidale esterna. Gli archi ciechi, sospesi su mensole e posti ai lati del presbiterio in modo speculare, rimandano la mente agli archi ciechi dell'abside.
 
Probabilmente il catino absidale (14) (ove campeggia il crocefisso ligneo miracoloso di scultore anonimo napoletano con rifiniture e rivestimento policromo del 1709 di Pietro Frasa), doveva essere ricoperto da mosaici, rinvenuti durante gli scavi e murati dietro l'altare della Cappella dei Santi o depositati ai piedi dell'affresco della Dormìtio Virginis (a sx) e nei Musei Cìvico e Diocesano.
 
Sulla lesena sx, ad altezza d'uomo, si legge un'iscrizonei INNOC(entius) DE IMOLA REG(is) / MILES HIC IACET OBTU/LITDEOET CAPITULO      / MOLENDINUM UT BIS / INEDOM CELEB(ri) PRO EO / OBIIT -14 MAII1514 (trad. T. Maddalena: lnnocenzo da ìmola, mìlite del Rè giace qui. Dona a Dio e al Capitolo un mulino, affinchè due volte la settimana si celebri per lui. Morì il 14 maggio 1514 )
 
Qualcuno ha pensato al committente o all'autore de l'affresco di "La Dormìtio Vìrginis". Si sa, di certo, che in quel periodo v'era un Innocenzo da Imola, pittore, nato nel 1490 e morto a Nàpoli nel 1545, mentre il nostro passò a miglior vita nel 1514 ed era "miles"e che, se avesse donato l'affresco, "ben difficilmente si sarebbe limitato a far citare il "molendinum", ma nell'epigrafe si sarebbe dovuto anche parlare dell'affresco" (F. Baini)
 
 
Dormitio Virginis (o Madonna della Cintura)(15)
 
E' un trittico quattrocentesco in sintonia con gli schemi del Gòtico Internazionale. Tema sacro di origine orientale di tipica devozione agostiniana. E' disposto su tré fasi sovrapposte. Vi sono rappresentati la morte-dormìtio della Vérgine Maria, circondata dagli Apòstoli, meno Tommaso lontano al centro dello sfondo; l'Assunzione di Maria al cielo nelle braccia del Figlio mentre si slaccia la cintura che Tommaso prende per non cadere nei suoi soliti dubbi; l'incoronazione della Vérgine circondata da angeli.
 
Ai piedi dell'affresco una figura di uomo sgraziato fa pensare al committente oppure all'artista, indegni di essere raffigurati tra tanta santità. Sul lato sx, è dipinto uno stemma gentilizio o vescovile non ancora identificato.
 
 
ex Cappella del SS. Sacramento (sagrestia)
 
Costruita precedentemente al 1638 (vescovo Giovanni Battista Astalli - 1626-1644), forse già esistente nel secolo prima, la Cappella viene trasformata durante l'ultimo restauro (1956-1960) in sagrestia. L'impianto originario resta: "una struttura a base quadrata impostata su pilastri angolari affondati nei muri. La cupola è sorretta da un tamburo suddiviso in sezioni che va a raccordarsi, mediante pennacchi, alle strutture di sostegno"(F. Baini). Forse il progetto di ristrutturazione è di Còsimo Fanzago (1593-1678).
 
Il cupolino presenta modesti affreschi (la Glòria Celeste); invece, il tamburo, meglio affrescato più tardi, raffigura i Profeti (forse di Nicolò De Simone - 1636-1677 -). Sotto l'incorniciatura barocca si intravedono affreschi (di fronte per chi entra), che potrebbero essere della seconda metà del 1600, interrotti e dominati dalla tela dell'Ultima Cena (2)/ restaurata e firmata nel 1691 da Domenico Progènies. Ai suoi piedi v'era l'altare maggiore, regalato negli anni Cinquanta ai monaci di Montecassino per la ricostruzione dell'Abbazia,
 
Nelle pareti laterali due nicchie, con decorazioni marmoree del tardo Seicento, raccolgono le statue lignee di Sant'Agostino (1715) (3) (dx, entrando) di G. Colombo (1663-1731), e di San Felice da Cantalice (4) (sx) (forse un assemblaggio di pezzi) di Nicola Fumo (1645-1725).
INFORMAZIONI
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